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Nello scorrere della storia, nei due flussi che la interessano, non è fuori luogo fermarsi sulle strutture sociali formatesi nel tempo e, in primis, su quella dello Stato. Di Stati ce ne sono tanti e diversi. La carta geografica di oggi confrontata con una di qualche decennio fa, mostra non pochi cambiamenti. Il numero, i confini e i nomi non sono più gli stessi.

Nella nascita e nel cambiamento degli Stati si prendono in considerazione vari aspetti, ma sembra che non pesino granché l’estensione del territorio e il numero delle persone. Essi vengono alla ribalta in seguito ‘in corso d’opera’. La gente che fa parte di uno Stato, solo in piccola parte è stata decisiva per la sua nascita e conservazione, né sono stati sempre decisivi gli ideali e gli interessi di tutti, bensì quelli di una élite, contro cui la maggioranza non aveva possibilità di farsi sentire.

Stato significa stabilità, sicurezza, certezza. Ma al suo interno i problemi non sono sempre risolti: ingiustizie, privilegi, corruzione, inquinamento, sprechi, degrado… Dipendono forse dalla carenza di organizzazione, dalla scarsità di mezzi, dalla poca volontà? Indubbiamente. Ma solamente?

Dal mondo delle api apprendiamo che quando nel loro raggrupparsi il numero supera una certa cifra, avviene lo sciame: una parte di esse si stacca dalle altre e va a costituire altrove un’altra comunità.

Un esempio non valido per l’umanità – si può pensare – dove è la ragione a gestire le cose e non l’istinto. O pensabile solo per i tempi preistorici, quando si poteva liberamente migrare  lasciando un posto per occuparne un altro. O anche, in tempi più vicini, quando per gravi necessità, come le persecuzioni religiose, diverse popolazioni lasciarono l’Europa verso le terre da poco scoperte. Ma l’istinto dell’uomo, la sua struttura psico-fisica, sono proprio da trascurare del tutto ai fini di una convivenza sociale?

La Storia ci ha mostrato anche dei religiosi, che nel Cristianesimo primitivo, uscirono dalla società civile, perché non riscontravano in essa l’ambiente idoneo per una esistenza cristiana. E hanno creato nuovi spazi -i cenobi- e ritmato in essi il tempo in modo diverso da quello del ‘secolo’, come chiamavano allora il vivere civile. Per essi il costituirsi in comunità doveva rispondere ad esigenze non limitate alla materia e all’economia.

Non appare strano che si usi lo stesso termine <Stato> per designare tanto  S.Marino quanto gli Stati Uniti? E’ difficile che i cittadini dei due Stati si sentano garantiti  allo stesso modo ed abbiano a rimetterci le stesse cose per la stabilità e la sicurezza della loro vita.

Nella grande estensione e  nel numero elevato di persone non può esserci vera comunità -dove uno si senta cioè persona e non  strumento- perché tra governanti e governati si inserisce un potere, quello burocratico, che non può che distaccarli ed estraniarli.

La burocrazia e i formalismi tutti noi li condanniamo, ma essi non sono oppressivi che in uno Stato dalle misure ridotte e semplici. Il che ovviamente implica l’assenza di comodità che solo le grandi dimensioni possono garantire. Si tratta allora di scegliere. Nella scelta possono prevalere i motivi materiale ed economici. Ma se intervengono anche i valori morali, spirituali e religiosi, il ruolo del territorio e il numero delle persone non sono indifferenti. Anche per affrontare il male e il degrado.  Questi ci saranno sempre, ma in forma diversa e in condizioni da essere riparati  presto e in modo efficace, grazie al predominio delle persone e non degli apparati.

Occorre allora isolarsi, abbandonando la cultura e la civiltà? Viene in mente la distruzione della Biblioteca di Alessandria, in base al giudizio se essa contenesse o no ciò che c’era nel Corano; inutile perciò, nel primo caso; dannosa, nel secondo. In realtà, non si tratta di quantità; né di poco o di molto, di avanti o di indietro. Ciò che conta è il giusto e il conveniente. E non è giusto tutto ciò che accade, dato che una cosa è giusta non perché avviene, ma solo perché è giusta. Ripetere allora con la canzone ‘fin che la barca va lasciala andare’ oppure dire ‘l’importante è avviare processi’, ha senso solo se è chiaro che il movimento va nella direzione positiva. Il tornare indietro non è necessariamente una cosa negativa. Quando si esce di strada, il proseguire il cammino significherebbe allontanarsi dalla meta.

Anche la manutenzione degli Stati sappiamo come avviene: con apparati politico-economico-militari, che non sono di utilità immediata per la gente. Essi di sicuro distruggono,inquinano,   corrompono, creando discriminazioni, sperequazioni, ingiustizie. Esagerazioni? O non forse effetti dell’influsso che agisce nella storia in opposizione al Verbo? Il Verbo però  non si ispira solo al passato, ma è impegnato in una azione -da satana sempre invano contrastata- verso la creazione di quel Tutto, che è il Corpo mistico odi Cristo. Verso cioè una comunità in progress, come Cristo fece capire, quando preannunciò ai suoi seguaci l’azione dello Spirito che li avrebbe intradotti in modo completo e definitivo nel nuovo mondo.

Strutturare allora le dimensioni sociali  secondo questo fine reale non è scriteriato, ma risponde agli interessi, ai bisogni, agli ideali veri della persona umana, verso sui essa è incamminata.

Non è facile stabilir subito come agire e cosa fare, né potrà essere fatto in poco tempo (anzi sarà impossibile arrivare a fare tutto e bene, essendo noi uomini debilitati dalla caduta originale), ma il ritornare ai principi del Verbo servirà ad impedire che le volontà e le azioni assumano pieghe ed effetti deprecabili. Le dimensioni, le modalità e i ritmi della civiltà succeduta a quella agricola-artigianale, vanno rivisti e rimodulati in base a quei valori, umani e naturali,  oggi tanto calpestati, in modo inconsapevole, ma anche con la pretesa di proteggerli e di svilupparli.

Matteo Candido

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Parlando al giovane della speranza cristiana, non è possibile non riferirsi anche  a quella umana che egli porta in sé entrando nella società. Egli vede nel sociale il suo futuro immediato. Ne parlo, talvolta, con mio nipote, che frequenta il liceo. Egli non è sempre d’accordo con i suoi coetanei.

Gli ricordo che l’essere umano è qualcosa di vivo, di organico. Cresce, si perfezione e matura, grazie ad impulsi che gli vengono dal suo interno e da fuori, propri del tempo e del luogo in cui egli vive. Qualcosa di complesso, quindi, e in movimento, non facile da determinare in modo preciso.

Sugli impulsi che ci vengono dall’esterno, prendiamo posizione personale solo un po’ alla volta. In modo convinto e razionale, oppure seguendo il  ‘branco’ – come chiamano gli psicologi le amicizie di questo periodo-; e il ‘branco’ obbliga e protegge, fa orgogliosi e intimorisce nello stesso tempo.

Gli impulsi interni ed esterni non sono però necessariamente contrastanti. Sono da coordinare in modo adeguato, se si vuol uscire dal ‘branco’. E ciò grazie alla parte più intima di noi stessi – l’io – di cui solo noi abbiamo il controllo.

La consapevolezza di questo nucleo centrale – l’io – è una scoperta meravigliosa: la sentiamo come qualcosa di nostro, senza possibilità di interferenze esterne. Quando esso compare in noi, restano in secondo piano l’ambiente e le cose, che diamo per scontate, come ovvie, a portata di mano, sempre disponibili. Di qui i nostri giudizi bruschi, senza sfumature, su tutto e su tutti.

Quando a questa fase intima succede quella sociale, l’io si apre e si accorge che le cose non sono sempre facili e semplici. Di qui la tendenza ad uniformarsi all’ambiente per esservi accettato e trovarne l’appoggio. E’ quasi un annullarsi nel sociale e nel gruppo. Il rapporto con l’ambiente di fa difficile, le relazioni tra individuo e società diventano problematiche. L’io si sente spaesato, sia per quello che sperimenta in sé, sia per le contraddizioni che avverte all’intorno.

Di qui il comportamento contradditorio. E anche lo scetticismo e il pessimismo, o peggio, la voglia di non pensarci e di seguire gli istinti o di stordirsi nel divertimento, come fanno tanti.

Bisogna allora fermarsi sull'<io> di cui siamo divenuti coscienti. E chiederci: perché c’è? Perché si sviluppa e matura? E gli altri <io>, ugualmente inviolabili e autonomi, che si stanno a  fare?

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Anche se  nel passato non sono mancati momenti in cui il soggetto, la libertà, la responsabilità personali fossero rivendicate, è solo nel mondo moderno che l’io è balzato in primo piano. E oggi è al centro della vita sociale, fulcro della democrazia. Fu con la riflessione filosofica di Cartesio che si iniziò a parlarne. La Modernità contestò al Medioevo e all’Antichità il fatto di pensare e di ragionare partendo dalla sovranatura (il sacro) o dal mondo esterno (le cose). Mentre è dal soggetto che bisogna iniziare (soggettività), perché è l’io che interpreta il valore e l’estensione dell’oggetto (Natura e Soprnnatura). L’oggetto si presenta come lo vede il soggetto e, in questo caso, lo ‘crea’. E lo sviluppo della scienza e della tecnica  sono lì a dirci quanto il pensiero padroneggi le cose.

Da Cartesio in avanti prevalse negli studiosi, specie nei filosofi, la netta contrapposizione tra Modernità e Antichità (e Religione) ed è ciò che ancora oggi si pensa. Di recente però una ricerca storica più fedele ai testi di Cartesio, (Gilson, Laporte, Gouhier, Brehier, Alquié, Pintard, Lenoble…) ha mostrato che questa contrapposizione non c’è, in particolare nei riguardi della religione.

(Puoi trovarne la documentazione più completa nel libro di Augusto Del Noce: ‘Riforma cattolica e filosofia moderna/Cartesio’).

Alla contrapposizione tra l’io e Dio, propria della visione laica di Cartesio, c’è ora la loro conciliazione della visione cartesiana religiosa. Nel pensiero cartesiano questa non vede Dio come il non-Valore da eliminare dall’umanità, ma il fondamento su cui l'<io> si basa e si innalza.

Di qui anche il significato fondamentale dell'<io> anche dal punto dii vista storico e filosofico. Emerge la sua grandezza, la sua inviolabilità, il suo legame con tutti gli altri <io>, in una solidarietà profonda che ne spiega la complementarietà e l’armonia di fondo.

Questo accordo che spiega e  giustifica la vita sociale, viene contrastato, ma non eliminato,  dalla presenza del ricordato influsso negativo diabolico.  Da lì emergono i contrasti nella psiche e nel sociale. Li spiega e li ridimensiona insieme, non pregiudicando del tutto il lavoro positivo per la convivenza del vivere umano.

In questo lavoro, la speranza cristiana rafforza quella umana, e permette di capire e di distinguere i passi da fare in un vivere sociale che non è sempre chiaro. Va evitato un atteggiamento solo di contrasto, ma con l’esempio e la parola, far capire agli avversari il quadro vero in cui si svolge la vita. L'<io> cresce in questo lavoro e in questi incontri. Con gli altri devo collaborare per una società umana più consona con la speranza cristiana. C’è dunque tanto da fare e con un animo lontano dal pessimismo.

‘Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto, e non mette in pratica la Parola, somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto allo specchio: appena s’è osservato e se ne va, subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato, ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla’ (Gc.1,22-25)

La diffidenza che ovviamente ci prende di fronte alle parole umane e ci impedisce di passare subito all’azione, non ha ragione di esserci per la Parola di Dio. Dio non ci imbroglia e si può mettere la mano sul fuoco.

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La problematica che il giovane deve affrontare entrando nella società può essere risolta, nonostante l’ambiente culturale non chiaro e quanto mai complicato. La maggioranza           dell’impostazione culturale si basa sulla visione laica della Modernità, che deriva da  un’ interpretazione di Cartesio che si ritiene unica. Ma c’è anche quell’altra. Occorre vedere qual è la più valida. L’io, così,  è posto di fronte ad una scelta. O seguire Dio o l’andazzo sociale: la scelta non è facile né indolore, perché c’è chi ci impedisce di farla e ci minaccia.

L’andazzo sociale si basa sul ‘dogma’ che nella storia tutto si svolge nella dimensione umano-terrestre, in un’immanenza di vita che esclude un <oltre> o, quand’anche questo ci fosse, non interferirebbe per nulla sulla vita quotidiana. E’ naturale che, ridotta alla sola dimensione terrestre – spazio e tempo senza residui e conseguenze – la via umana venga strutturata in modalità altre da quella che richiederebbe pure la dimensione soprannaturale, in cui essa si conclude e si riassume.

Chi opta per la sola dimensione terrestre, vedrà  quello che è indirizzato o coordinato al soprannaturale, come un’intromissione o violazione o ostacolo alla completa espansione umana. Va detto però che la vita trascendente, che segue quella terrestre, non può escludere o trascurare quest’ultima, e meno che meno disprezzarla o violentarla, perché è su di essa che si innesta e si costruisce. Si tratta però di un accordo e di un’armonia sempre precari ed instabili, perché c’è chi briga perché queste coordinazioni non si instaurino.

Matteo Candido

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4). La chance concessa all’umanità si svolge sempre all’interno del primitivo piano divino. Esso resta in vigore ed è sempre vincente, anche dopo l’intrusione nella storia della ribellione di una parte delle creature. Tutta la realtà genuina continua a scaturire ‘da Lui’, a retare ‘in Lui’ e essere ‘per Lui’, sotto l’influsso originale del Verbo, in vista del Christus totus, del Corpo mistico finale di Cristo. L’influsso secondario e storico di satana non prevale su quello originario del Verbo; mentre supera di molto la mente e le forze dell’uomo.

I due influssi si sono concretizzati nelle vicende umane in precise strutture sociali. L’influsso del Verbo, nella Chiesa; quello di satana in ciò che la Scrittura chiama ‘mondo’

Nella storia, nella società, nella natura questi due influssi si mescolano al punto che ogni evento ne risente: sotto le apparenze comuni, può esserci o l’uno o l’altro. Gesù lo dice ai Giudei: ‘Voi avete per padre il diavolo… Egli è stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi  è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna’ (Gv.8,44). Niente, né l’istinto, né il sentimento, né le vedute di singoli permettono di sceverare nelle cose ciò che viene dal Verbo da quello che viene da satana. Richiamarsi al ‘discernimento’ è di certo necessario perché l’uomo agisca da essere razionale, ma è cosa inutile, senza indicare anche la misura cui richiamarsi per effettuarlo.  Cambiando  la misura varia anche il discernimento. E per uscire dalle chiacchiere, ed essere sicuri di seguire l’influsso del Verbo originario, e non scambiarlo con quello diabolico, c’è solo l’indicazione della Chiesa, perché fondata da quello stesso Verbo che ha dato origine alla natura e alla storia umana.

5). Ma c’è anche uno sguardo generale sull’andamento della storia, su cui la Scrittura ha una precisa indicazione. Essa si differenzia dalle teorie umane che vedono il suo cammino o come progressivo miglioramento  – e quindi da favorire comunque – o come nefasto allontanamento da un ordine primitivo – e perciò da contrastare per partito preso -.

Per la Scrittura, nella storia si sta realizzando il progetto stabilito dal Verbo fin dall’inizio, ma questo progressivo avanzamento non si realizza ‘automaticamente’ in ogni fatto della storia. In essa c’è anche  la presenza corruttrice e deviatrice di satana che, penetrando nelle azioni umane, rende tutto ambiguo.

Su questo argomento c’è un intero libro della Scrittura, l’Apocalisse. E lo Schlier lamentava che i cristiani badassero poco a quanto esso dice e seguissero invece le visioni umane della storia. Questo ha determinato uno sfasamento di fondo nel valutare le problematiche di cultura, di politica e di economia. E lo si è visto a proposito dei problemi di morale e di antropologia (aborto legale, matrimonio gay, teoria del gender…). I cattolici non brillarono in idee e in comportamenti. Ma già in passato si ebbero sbandamenti in campo socio-politico: ricordiamo il gallicanesimo, il franchismo, il catto-comunismo, la teologia politica, la teologia del popolo, la teologia della liberazione…

L’Apocalisse vede alla fine dei tempi un provvisorio dominio di satana – con l’apparizione dell’anticristo – specie nel campo dell’economia e della politica (Ap.12-13 e 17-18). Si tratta di un dominio reale anche se provvisorio, prima del definitivo regno di Cristo.

Senza una visione storica cristiana, l’azione dei cristiani che precede queste due fasi finali, corre il rischio di assecondare l’Anticristo invece che Cristo. E se non proprio l’Anticristo, almeno solo il ‘mondo’ storico. Dimenticando che ‘non abbiamo quaggiù una città stabile’  (Ebr.13,14). Dire questo non significa disimpegno. Il cristiano, anzi, non può stare con le mani in mano, dato che ‘Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt.7,212).

Nella visione cristiana, però, non va mai dimenticato lo sguardo positivo sul creato (Gen.1.1), né le espressioni di gioia e di meraviglia dei suoi scritti: ‘O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra… Che cos’è l’uomo, perché tu te ne ricordi e il figlio dell’ uomo perché tu te ne curi? L’hai fatto poco meno degli angeli’ (Salmo 8). ‘I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento (Salmo 19).

Seguendo la Fede io non ho mai smesso di guardare con ottimismo la realtà e le persone. Mi sono inserito nel sociale, giocando da giovane anche nella squadra locale di calcio; mi sono laureato, ho fatto la mia famiglia, ho ricoperto posti dii responsabilità nella pubblica amministrazione e, come volontario, sono stato in Africa, con la moglie infermiera e i figli piccoli, dapprima nella periferia di una cittadina senegalese e poi tra le tribù dei Felupes nelle foreste della Guinea-Bissau. Feci pure un periodo di volontariato nelle carceri di Pordenone.

Il cristiano non può che essere ottimista e sereno. Sa che tutto è stato progettato da Chi ha in mano le cose e le indirizza a buon fine. ‘Fin d’ora siamo figli idi Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato… saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è’ (1Gv.3,2). Quindi non ha senso vivere come spaesati o andar avanti a casaccio o con pessimismo. Certo c’è da prendere coscienza del posto che occupiamo, tenerne conto e comportarsi di conseguenza.

Matteo Candido