05/09/2010   PARROCCHIA di San Martino Vescovo 
  di  ZOPPOLA  e  OVOLEDO

 LETTERA DEL VESCOVO DIOCESANO PER L'ANNO PASTORALE 2009/2010

Carissimi fratelli e sorelle,

a conclusione di un ciclo triennale della nostra programmazione pastorale, sento il bisogno di riprendere quella che è stata la linea di fondo del cammino della nostra Chiesa, da quando sono stato chiamato a diventarne Vescovo. Con il motto del mio episcopato “In unitate Spiritus” ho voluto subito evidenziare ciò che più stava a cuore a Gesù: che i suoi discepoli fossero “tutti una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv. 17,21). Assieme a voi ho cercato di tradurre, di anno in anno, nella concretezza della vita diocesana, questa aspirazione del Signore. Ci siamo posti fin dall’inizio l’obiettivo di essere cristiani adulti nella fede, e perciò radicati in una solida spiritualità, impegnati in una coraggiosa testimonianza e disponibili ad una generosa partecipazione e corresponsabilità. I due piani pastorali diocesani “Vino nuovo in otri nuovi” e “Io mando voi” hanno segnato le tappe del nostro itinerario ecclesiale. Momento straordinario di grazia è stato il Convegno del dicembre 2005. Esso costituisce ancora un punto di riferimento al quale richiamarci, per essere cristiani e comunità che attuano e mostrano nuove relazioni, nuovi stili di vita e nuove presenze. Non solo dentro la Chiesa, ma anche nella società, per una corresponsabilità nel bene comune, accanto e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Possiamo dire che nei nostri progetti e nei nostri impegni è stato costante il richiamo alla novità. Non come operazione di facciata, o allineamento con lo stile del mondo. La novità, per noi, è Gesù, il Risorto. La sua risurrezione ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, lo trasforma e lo attira a sé. A questo cuore del cristianesimo continuiamo a fare riferimento, come fecero fin dall’inizio i discepoli di Cristo. Ci basti ricordare la testimonianza stupenda dell’apostolo Paolo: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).

VITA NUOVA IN CRISTO

Questa la novità, senza della quale non ci possono essere presenze, relazioni, partecipazioni originali e alternative nella nostra esperienza di uomini e donne battezzati. Viviamo in un mondo che sembra attendere ancora da tutti quanto San Paolo chiedeva ai cristiani del suo tempo: «Togliete via il lievito vecchio, per essere una pasta nuova» (1Cor 5,7). Troppe stagnazioni, in tutti i campi nella nostra società; con il pericolo che ciò accada anche nella Chiesa. Per questo non dovremmo mai dimenticare il monito di Paolo VI, che nella lettera Octogesima adveniens, parlava di una «immaginazione prospettica» capace di far «percepire nel presente le possibilità ignorate» e quindi «orientare verso un futuro nuovo». Con la consapevolezza che in noi e nelle nostre comunità opera «lo Spirito del Signore, che anima l’uomo rinnovato nel Cristo, e scompiglia senza posa gli orizzonti» (n.37).

«Ripartire dalle proprie radici». Fa precisa eco alle parole del suo predecessore Papa Benedetto XVI con richiami continui a ritrovare forza ed energia di speranza e di testimonianza, riattingendo alle sorgenti del Cristianesimo. Nella sua seconda enciclica Spe salvi così infatti scrive: «È necessaria un’autocritica dell’età moderna in dialogo con il cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In tale dialogo, anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici» (n.22).
Solo così sarà possibile rispondere – secondo la nostra vocazione di battezzati – al bisogno di speranza che sempre più forte sembra innalzarsi dalle fragilità e dalle drammatiche contraddizioni del mondo in cui viviamo. Un mondo che invoca novità, perché ormai raggrinzito in una pasta vecchia di egoismi, disuguaglianze, violenze, paure, avvilimenti. Il segno esattamente contrario del messaggio cristiano che, esigendo innanzitutto da chi si dice seguace di Gesù di «rendere ragione», cioè di far vedere la speranza che gli è stata donata, richiama la necessità di recuperare la novità del Vangelo, come linfa indispensabile di sapienza e santità.

La novità cristiana. San Paolo, presentandosi come modello per i suoi discepoli, poteva dire. «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). E questo significava una intensa adesione interiore a Gesù e quindi l’impostazione di tutta la sua vita come culto spirituale, liturgia della esistenza quotidiana. È, forse, un segno dei tempi il fatto che oggi si scriva e si parli tanto di Gesù Cristo. Magari anche con grandi storture, ma è chiaro che non si può prescindere dalla sua figura, dal suo vangelo, dal suo spirito, dalle prospettive offerte da tutto il suo messaggio.
Novità per noi cristiani deve essere riacquistare quella semplicità di confidenza che ha caratterizzato la vita di non pochi santi e sante. Penso a Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa che ha approfondito la novità cristiana come esperienza di infanzia spirituale. Penso a Bernardetta Soubirous, la umile veggente di Lourdes, presso il cui santuario mariano ogni anno la nostra diocesi si porta in pellegrinaggio. Penso, in questo 150° anniversario della sua morte, al santo curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, che ha ispirato Benedetto XVI a indire un anno sacerdotale proprio per l’esemplarità del suo cristianesimo genuino, semplice e, in questo senso, sempre nuovo.

In compagnia di Cristo. Parlando di questo personaggio, protettore dei parroci, nella sua lettera apostolica dello scorso giugno, il Papa sottolinea alcuni tratti di questo cristianesimo semplice ma radicale che può essere riproposto ai presbiteri, ma anche ad ogni battezzato. Con particolare riferimento alla devozione eucaristica, Benedetto XVI riporta le indicazioni del santo curato: «Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare. Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera». Una indicazione fondamentale per cogliere la «novità di vita» per tutti noi, che consiste essenzialmente nel vivere in compagnia del Signore, sicuri di essere rifatti dalla sua grazia.
Per questo tutto può diventare nuovo nell’impegno ministeriale del presbitero come pure nella quotidianità più comune del fedele cristiano. Una novità che si esprime in serenità, fiducia, forza interiore e che risulta efficace «per una forte testimonianza evangelica». Una testimonianza che è più efficace di ogni parola. Perché, come osservava Paolo VI, «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». In occasione della Giornata Sacerdotale del giugno scorso ricordavo ai confratelli preti come nel tempo difficile che stiamo vivendo, a noi presbiteri ma anche a tutti i fedeli cristiani, «non è chiesto di avere successo: è chiesto di essere umili e fedeli: “imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Gesù non ha la pretesa di dominare sulle coscienze, fa appello alla libera volontà, mette in conto i rifiuti e gli insuccessi, sa che anche dalla persecuzione nascerà la beatitudine. Con lui siamo in buona compagnia in questo nostro tempo: egli cammina, soffre e fatica con noi. Non siamo soli. Il Padre non ci lascerà in preda alla tentazione».

LA PROFEZIA DEI CRISTIANI

Questa è la perenne novità del Dio di Gesù: garantirci della sua compagnia ed energia in ogni difficoltà. Forti della risurrezione di Lui, il primo dei risorti, nulla ci deve turbare. E da questa novità, e non da qualsiasi altro espediente, può venire una autentica rivitalizzazione della nostra esperienza cristiana, dello spirito missionario che la deve caratterizzare. «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1Cor 9,16), è il grido di S. Paolo. Su questa urgenza con molta insistenza ritorna spesso Benedetto XVI, intrecciando il tema della vita nuova nel Signore con quello del necessario esercizio di profezia. Nella Giornata Mondiale dei Giovani dell’anno 2005 egli indicava loro come specifico mandato vocazionale dei veri cristiani, «testimoniare la forza profetica e critica del Vangelo». È il mandato al quale vorrei dessimo risposte credibili in questo anno pastorale.

Essere parole viventi. L’apostolo delle genti, nell’ambito della visione cristiana caratterizzata dell’agape, ricorda come attraverso la profezia dei cristiani deve operarsi, oltre che l’edificazione dell’assemblea dei fratelli nella fede, anche l’edificazione, l’esortazione, il conforto di tutti gli uomini con cui si viene a contatto (cfr 1Cor 14,3-5). Un impegno che sembra echeggiare l’antica, decisa espressione del profeta Amos: «Il Signore Dio ha parlato, chi non profeterà?» (3,8). È chiaro che per noi cristiani si tratta di accogliere questo linguaggio biblico, forte ed esigente, nel senso più genuino, quello, cioè, di essere parole viventi. Cristiani che siano – direbbe ancora San Paolo – «la nostra lettera… lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. …non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2Cor 3,2-3).
La prima cosa, quindi, è un atto di fede nella «potenza che opera in noi» (Ef 3,20). Sicché il cristiano ha la grazia, il dono, la forza di profezia, per esprimerla in ogni situazione. A condizione che sia coerente con il dono che gli viene dall’alto. A condizione che si impegni a vivere con fedeltà, con «vigilanza» evangelica, che ha l’efficacia del sale, del lievito, della luce. A condizione che cerchi di vivere in «coerenza eucaristica» i misteri della sua fede nella quotidianità della sua vita, in ogni ambito in cui si esprime. Questo è stato il senso dei nostri richiami a nuove relazioni, nuovi stili di vita, nuove presenze. Ancora Benedetto XVI: «Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di lui e lasciar parlare soltanto l’amore» (Deus caritas est, n. 31). Purché, naturalmente, l’amore parli; cioè ci sia, e caratterizzi l’esistenza del cristiano.

Un cristianesimo adulto e profetico. Non sono tempi i nostri in cui ci si possa illudere di andare avanti solo con le parole e le buone intenzioni. Tutti devono “profetizzare” nella condizione in cui vivono. A proposito di questo, il cardinale Carlo Maria Martini nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme, si sofferma su una espressione del profeta Gioele: «Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1). E così commenta: la generazione più giovane deve alimentare ideali e visioni grandi; la generazione di mezzo deve coltivare obiettivi e progetti realistici; gli anziani devono mettere a disposizione la propria saggezza. Come dire che c’è posto per tutti nella profezia cristiana, nell’ottica del servizio e della generosa apertura al bene comune.
In particolare, poi, si può immaginare la reciproca funzione profetica di presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, consacrati, donne e uomini battezzati. Ciascuno ha una funzione specifica. Essere se stesso, nella propria condizione e ruolo, ricordandosi del grande principio paolino: «Voi siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,13). Un richiamo ai pastori, in particolare, ad essere «servi inutili», cioè capaci di gratuità, generosi e senza risparmio di forze. Ma anche pari invito ai fedeli ad essere, con i loro pastori, e tra loro, e tra associazioni e movimenti e tra diverse comunità (pensiamo alla pastorale integrata che sta in capo ai nostri programmi diocesani) aperti, disponibili, alieni da qualsiasi egoismo, campanilismo, invidia, critica malevola.

La profezia dell’amore. La crisi economica e sociale che stiamo attraversando non risparmia neanche territori che, come il nostro, fino a ieri potevano dirsi privilegiati. Molte sono le famiglie provate dal venir meno, anche improvviso, del lavoro da cui poteva dipendere l’unico sostentamento. Anche le previdenze sociali si dimostrano assai spesso insufficienti. Sono inoltre numerose le situazioni di immigrati che, ritenuti utili se non addirittura necessari nei tempi dell’abbondanza come «forza lavoro», attualmente sono invece i primi ad essere messi da parte e non riconosciuti nelle loro fondamentali esigenze personali e familiari. La profezia che parla con l’amore diventa allora, con evidente chiarezza, solidarietà, meglio ancora giustizia.
Nella sua terza enciclica Benedetto XVI, radicando tutto l’impegno sociale nella carità cristiana dice appunto che due sono i criteri orientativi dell’azione morale del cristiano: la giustizia e il bene comune (Caritas in veritate, nn.6-7). Non ci può essere carità, solidarietà, misericordia se non a partire da una coscienza e da un rapporto di giustizia, che si fonda sulla verità per cui chi ha bisogno ha diritto di essere sostenuto, in forza della sua natura umana, e non per altre considerazioni. Altrettanto si deve dire del bene comune: non è qualcosa che riguarda solo le istituzioni pubbliche, ma è una preoccupazione, una presenza (come ci siamo espressi nel progetto diocesano dello scorso anno pastorale) che coinvolge la responsabilità di tutti e di ciascuno, per la propria parte e secondo le proprie possibilità.

La profezia per i più deboli. Un vangelo testimoniato nell’esercizio dell’amore, della carità cristiana, oltre le emergenze, non deve mai dimenticare le situazioni più consuete della vita, che non cessano di essere drammatiche o, comunque bisognose di costante attenzione. Vorrei ricordare in modo speciale le tante persone anziane e ammalate delle nostre comunità. Come non definire testimonianze profetiche le presenze di volontariato attuate da innumerevoli uomini e donne che, nel silenzio e spesso senza alcun riconoscimento, dedicano tempo ed energie accanto a chi soffre e va spegnendosi lentamente o è reso fragilissimo da situazioni patologiche irreversibili? E come non esprimere ammirazione e riconoscenza a chi per vocazione vi si dedica? Vorrei, a questo proposito, ricordare come nel 2010 ricorrerà il 50° anniversario di apertura dell’Istituto “La Nostra Famiglia” a San Vito al Tagliamento, ricorrenza che coinciderà anche con l’apertura della “Casa Madre della vita” a Pordenone destinata ad accogliere donne in momentanea difficoltà.
La profezia espressa nell’accoglienza amorosa dei più deboli - non lo voglio tralasciare - dovrebbe sempre più esprimersi anche nell’impegno educativo, soprattutto delle nuove generazioni. Si parla spesso di «emergenza educativa». Il prossimo decennio pastorale dei cattolici italiani si occuperà senz’altro di questo problema tanto evidente. La nostra società denuncia troppe carenze in questo campo così delicato. Noi cristiani dobbiamo per primi fare la nostra parte. «Essere parole viventi» e costruttive in ogni ambiente educativo: a incominciare dalla famiglia, per poi coinvolgerci in ogni tipo di agenzia educativa, e soprattutto nella scuola. A partire da quella statale, che coinvolge la grande maggioranza delle nuove generazioni, ma anche sostenendo quella non statale, di ispirazione cristiana, perché offra modelli e progetti educativi che siano di riferimento critico e costruttivo, in tempi in cui si arriva addirittura a contestare, in maniera pretestuosa la stessa dignità culturale dell’insegnamento della religione cattolica, peraltro ancora scelto dalla grande maggioranza dei genitori italiani per i propri figli.

Carissimi fratelli e sorelle,
in questa lettera ho inteso richiamare le motivazioni e gli orientamenti che hanno caratterizzato tutto il lavoro progettato e fatto insieme nella nostra Chiesa di Concordia-Pordenone. Ho voluto sottolineare alcuni valori fondamentali, perché ritengo che il nostro cristianesimo va riscoperto – come si esprime il Papa nelle parole della Spe salvi citate all’inizio – fin dalle sue radici. Come dire che oggi o le nostre comunità, e noi in esse, esprimiamo una fede coraggiosa e genuina, o non avremmo nulla di nuovo da dire.
Non si tratta di obiettivo di poco conto. Ma sappiamo molto bene che la nostra esperienza cristiana è paragonabile a un cammino, a un esodo continuo, a un pellegrinaggio. Importante non perdere di vista la meta e non procedere da soli. Ci avvaliamo della compagnia di Cristo, come i due discepoli di Emmaus, che si sentirono ravvivare il cuore per la presenza di un compagno di viaggio che si fece riconoscere solo dopo un bel po’ di strada.
Novità e profezia: si tratta di due realtà tutt’altro che facili. Esigono pazienza e resistenza; «vigilanza» dice il Vangelo, che spesso significa anche non poca sofferenza e in alcune circostanze addirittura martirio. Per questo possono giovarci nel nostro cammino sinodale ancora due incoraggiamenti fondamentali di San Paolo.
«Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.» (2 Cor 4,7-10)
«Quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a Lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia santificazione e redenzione. » (1Cor 1,28-30)
Maria, Madre della Chiesa che in quest’anno onoriamo in modo speciale nel suo santuario di Marsure, ricordando il 500° anniversario dell’apparizione, ci insegni ad esercitare la profezia paziente, ricca di speranza e di carità.

Pordenone, 8 Settembre 2009
Festa della Natività della Beata Vergine Maria


+ Ovidio Poletto, Vescovo